Quando si parla di alopecia androgenetica, la tendenza è ancora quella di ridurre tutto al “problema testosterone”. In realtà, l’esperienza clinica e la letteratura più recente suggeriscono uno scenario molto più articolato, in cui la caduta dei capelli può rappresentare l’espressione di assetti endocrino-metabolici differenti.
Non tutti i pazienti con alopecia androgenetica, infatti, presentano lo stesso profilo ormonale né la stessa evoluzione clinica. In alcuni casi prevale una disfunzione dell’asse ipofisi-gonadi, in altri emerge una componente più marcatamente periferica, surrenalica o metabolica.
Distinguere questi fenotipi non è solo un esercizio teorico, ma un passaggio fondamentale per impostare una gestione realmente personalizzata.
In questo contesto si inserisce anche il contributo del Professor Vittorio Unfer, ginecologo ed esperto in endocrinologia della riproduzione, che sottolinea come la letteratura supporta bene l’idea che, almeno in una quota di soggetti con alopecia androgenetica precoce, il quadro non sia soltanto dermatologico ma possa inserirsi in un contesto endocrino-metabolico sistemico”.
Alla luce di queste considerazioni, è possibile individuare due profili clinici ricorrenti, che a prima vista possono sembrare simili, ma che in realtà riflettono meccanismi profondamente diversi.
Profilo 1: asse centrale iperattivo (LH alto e progesterone alto)
Nel primo profilo si osserva un aumento dell’LH associato a progesterone elevato. Questo pattern suggerisce una stimolazione intensa da parte dell’ipofisi: il sistema di regolazione centrale appare “spinto”, con una steroidogenesi particolarmente attiva.
Dal punto di vista fisiopatologico, questo quadro è compatibile con una iperattivazione dell’asse ipofisi-gonadi. Le cause possono includere una ridotta sensibilità agli androgeni, condizioni di stress cronico o alterazioni metaboliche che amplificano lo stimolo centrale.
Il risultato clinico è spesso una maggiore produzione di androgeni e una più intensa conversione in diidrotestosterone (DHT), con un impatto diretto sul follicolo pilifero. L’alopecia, in questi casi, tende a essere più rapida, dinamica e progressiva.
Profilo 2: componente periferica/metabolica (LH normale e progesterone alto)
Nel secondo profilo, l’LH rientra nei range fisiologici mentre il progesterone rimane elevato. In questo caso l’asse centrale appare in equilibrio e il focus si sposta a livello periferico.
Qui entrano in gioco soprattutto le ghiandole surrenali e i meccanismi enzimatici locali. Può esserci un aumento della produzione di androgeni surrenalici oppure una maggiore attività della 5-alfa-reduttasi, l’enzima che converte il testosterone in DHT direttamente nei tessuti.
Il risultato è un aumento locale del DHT anche in assenza di iperstimolazione centrale. Clinicamente, la caduta dei capelli tende a essere più lenta, costante e progressiva nel tempo.
Il significato del progesterone elevato
Un elemento comune ai due profili è il progesterone alto. Più che un semplice ormone “accessorio”, rappresenta un indicatore di attività della filiera steroidogenetica.
Un suo aumento suggerisce che il sistema di produzione ormonale è attivo e che, a valle, può esserci una maggiore disponibilità di androgeni. Il suo significato, quindi, va sempre interpretato all’interno del contesto endocrino complessivo.
Il supporto della letteratura scientifica
Le osservazioni cliniche trovano un riscontro sempre più chiaro negli studi scientifici. Come evidenzia il Professor Unfer, diversi lavori convergono verso un quadro comune. Nei soggetti con alopecia androgenetica precoce è possibile osservare un profilo caratterizzato da LH aumentato, DHEA-S elevato, testosterone aumentato e SHBG ridotta, configurando un assetto che ricorda, per alcuni aspetti, quello della PCOS femminile.
Le analisi più recenti rafforzano inoltre il collegamento con un’alterazione androgenico-metabolica, sostenendo l’ipotesi di un possibile modello “PCOS-like” anche nel sesso maschile.
In questo contesto, il ruolo del DHEA-S come substrato per la produzione di androgeni attivi e la riduzione della SHBG, che aumenta la quota libera di testosterone, rappresentano elementi centrali del quadro fisiopatologico, insieme al coinvolgimento dell’asse surrene-gonadi.
Tutti questi dati rendono plausibile una lettura più articolata della condizione. Come sottolineato: “dietro l’etichetta di ‘alopecia androgenetica’ possano in realtà esserci fenotipi endocrini differenti, con un peso variabile della componente gonadotropinica, surrenalica e metabolica”.
È proprio questa eterogeneità a spiegare perché pazienti apparentemente simili rispondano in modo diverso alle stesse terapie.
Anti-DHT e risposta terapeutica
Gli inibitori della 5-alfa-reduttasi rappresentano un pilastro terapeutico, ma la loro efficacia e tollerabilità variano in base al profilo.
Nel fenotipo con asse centrale iperattivo, la riduzione del DHT può innescare meccanismi compensatori con aumento dell’LH e del testosterone, rendendo la gestione più complessa.
Nel profilo periferico/metabolico, invece, l’asse resta stabile e la risposta è generalmente più lineare, con un miglior controllo della caduta.
Diagnosi: una valutazione integrata
Per distinguere correttamente i due quadri è essenziale un approccio diagnostico completo. Oltre agli ormoni di base (testosterone totale e libero, SHBG, LH, FSH, progesterone, prolattina), è utile valutare anche:
- androgeni surrenalici (DHEA-S, androstenedione)
- assetto metabolico (glicemia, insulina, HOMA-IR, profilo lipidico)
- parametri di contesto (cortisolo, vitamina D, ferritina, TSH)
Solo una visione integrata consente di inquadrare correttamente il paziente.
Il ruolo della Dioscorea villosa: una posizione prudente
Per quanto riguarda l’utilizzo di fitoterapici come la Dioscorea villosa, è opportuno mantenere un approccio cauto. Come sottolinea il Professor Unfer: “i meccanismi oggi meglio supportati […] restano la disponibilità di substrato androgenico, la conversione in DHT, la riduzione della SHBG […] e l’associazione con insulino-resistenza e dismetabolismo”.
La diosgenina, principio attivo della pianta, mostra principalmente effetti antinfiammatori e di supporto al progesterone, più che un’azione diretta sui driver dell’alopecia androgenetica.
In questo senso, il suo possibile ruolo resta soprattutto indiretto più come un supporto accessorio che come una leva primaria.
Conclusione
L’alopecia androgenetica non è una condizione unica, ma un insieme di fenotipi diversi che condividono un’espressione clinica simile.
Distinguere tra un profilo a prevalenza centrale e uno a prevalenza periferico-metabolica permette di comprendere meglio la patogenesi, prevedere l’evoluzione e impostare terapie più mirate.
Oggi più che mai, la gestione della caduta dei capelli richiede una lettura endocrina completa e un approccio realmente personalizzato.